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La fretta è cugina della superficialità, quando viaggiano insieme, solitamente procurano danni…in ambito nutrizionale questo non fa eccezione.

Siamo in grado di scambiare informazioni a velocità fulminea, a tal punto dall’aver sdoganato consuetudini che appena 15 anni fa sarebbero state additate come preoccupanti da un punto di vista psicopatologico.

La frenesia della condivisione porta a fenomeni pericolosamente distorti: istanti del quotidiano vengono naturalmente condivisi con persone sconosciute, questo agire produce un sottile livello di piacere che autoalimenta la necessità di dover andare sempre oltre, per rigenerare quella gratificazione viscerale che le persone assaporano quando sono consapevoli che il mondo per un attimo si accorge di loro.

Un meccanismo affascinante, quanto contorto e perverso, in grado di abbattere le barriere dell’intimità umana, fino a rendere di dominio pubblico il proprio quotidiano.

Un quotidiano che spesso non esiste così come lo si mostra, ma che viene costruito ad arte per quel mondo che osserva e si nutre di loro.

Quando l’intimo diventa pubblico, l’intimo naturalmente dissolve in esso e quindi, NON ESISTE PIU’.

Ed è in questo momento che affidandosi a quel falso Se, le persone cercano la soluzione a problemi semplici o complessi, nell’illusoria speranza che il qualunquismo partorisca soluzioni serie, efficaci e concrete.

Una distorsione totale del buon senso, un paradosso pericoloso, drammatico, ma comprensibile e purtroppo sempre più attuale.

In ambito nutrizionale tutto ciò è diventato consuetudine: è normale leggere post lanciati come dardi nella giungla della rete, nei quali si cerca il rimedio al proprio “male”.  Un fenomeno raccapricciante e triste, sdoganato dalla semplificazione che poi in soldoni porta al qualunquismo in ogni ambito professionale.

Affidare la propria salute alla rete come fosse un gioco, con la stessa semplicità con cui affidiamo ad essa i nostri più intimi sentimenti.

Ad una domanda superficiale deve per forza di cose tornare indietro una risposta superficiale, data da Quel Qualunque che nessuno mai avrebbe interrogato e che di conseguenza non sarebbe mai esistito. Tutti diventano attori di una salute gettata in pasto ai leoni: interroganti ed interrogati possono per un attimo vestire i panni della competenza, quella competenza che in realtà non esiste, come non esiste più il proprio Se.

Questo modus operandi distrugge la visione seria e profonda di una scienza della nutrizione che per agire in maniera attenta ed efficace, sulla salute umana, richiede studio, cura, attenzione, analisi dei dati e ascolto attento della persona.

Nel BMS l’uomo viene rimesso al centro di un percorso di analisi, necessario quanto indispensabile per progettare un percorso nutrizionale cucito su misura attorno ad esso.

Nel libro “Non più a Dieta ma in Salute” il processo di analisi attorno alla persona viene spiegato nei minimi dettagli, perché per fare scelte nutrizionali consapevoli bisogna conoscere l’unicità della persona.

La Nutrigenetica è una pietra angolare nel processo di analisi del BMS perché con i suoi dati precisi ed inequivocabili permette di studiare con attenzione il funzionamento di determinate vie metaboliche. La Nutrigenetica deve essere per forza di cose affiancata da una minuziosa analisi della storia clinica individuale, con l’obiettivo di indagare quelle criticità della vita in cui particolari manifestazioni organiche si sono manifestate.

In questo percorso di analisi il sintomo, la malattia, una precisa condizione psicologica assumono tutt’altra forma, così che nel BMS si possa produrre un’azione globale di rigenerazione attorno alla persona.

Va da sé che il rimedio cercato nella “rete” diventa seriamente pericoloso, in primo luogo perché sdogana candidamente l’incompetenza ed il qualunquismo, ma ancor di più perché ci si pone alla mercé di chi senza scrupoli, specula sulle debolezze altrui.

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